Mesi fa ho partecipato alla presentazione del film "The Place" di Paolo Genovese. Il film mi ha molto colpito tanto da decidere subito di scrivere qualcosa a proposito.

Dico subito che ho visto il film insieme ad altre 6 persone e la spaccatura davanti alla proiezione è stata netta.

La platea ha accolto con calore il film e anche io ne ero entusiasta ma il mio gruppo di accompagnatori invece si è mostrato piuttosto perplesso.

Dunque, il primo elemento che risalta è che si tratta di un film che divide.

Questo è visibile immediatamente anche dando uno sguardo alle recensioni presenti sul web: si va dalle stroncature ai commenti tiepidi, fino ad arrivare all'acclamazione che trasuda dalla recensione pubblicata sul Rolling Stones. Tra le tante è quella che mi trova d'accordo e che se volete potete leggere qui:

https://www.rollingstone.it/recensioni/the-place-che-diavolo-di-film/

The Place: la trama

Il protagonista è un uomo di cui non viene chiarito il nome e neanche, in maniera chiara, la professione che svolge.

Quello che sappiamo è che compare seduto per tutta la durata del film al medesimo tavolino di un bar, il "The Place" appunto. Qui consuma i suoi pasti e aspetta i personaggi che mano mano si avvicendano per chiedergli di esaudire un desiderio importante.

A quel punto il nostro uomo apre la sua grossa agenda e riferisce all'avventuriero cosa può fare per ottenere ciò che desidera. In base a questo i due stabiliscono un patto.

L'atto che la persona ha da compiere non ha un legame diretto con la sua richiesta ma viene presentato come necessario per il raggiungimento dello scopo.

Gli accordi tra il misterioso uomo e gli altri personaggi sono dei più disparati: una signora anziana deve costruire una bomba e farla esplodere in un locale pubblico per guarire suo marito malato di Alzheimer, un ragazzo cieco deve stuprare una donna per poter cominciare a vedere, un giovane ragazza deve commettere una rapina per diventare più bella, un padre deve uccidere una bambina per guarire suo figlio dal cancro e così via.

Man mano le storie finiscono per intrecciarsi e per trovare il loro epilogo.

Ma cosa mi ha colpito di quello che viene raccontato nel film?

Quello che questo film fa, a mio avviso, è proporci una riflessione profonda sull'uomo, su alcuni dei meccanismi intimi che guidano la nostra esperienza.

Quanto è difficile accettare la sofferenza? 

La vita fa il suo corso, noi non ci piacciamo, ci ammaliamo e abbiamo difficoltà ad accettare ciò che la vita è: imperfezione.

Spesso la nostra tendenza è quella di combattere in ogni modo, possibile e impossibile, tutto pur di non arrenderci allo stato delle cose.

Ma cosa succederebbe se restassimo con quello che abbiamo e che stiamo vivendo?

Scopriremmo magari che abbiamo paura, che non siamo contenti.

La nostra cultura ci scoraggia a stare con le emozioni negative, anzi ci insegna a evitarle: quando non stiamo bene utilizziamo tante energie per cercare delle fughe che ci permettano di non sentire. E allora, come succede nel film, può capitare di impegnarsi in avventure rocambolesche.

Lavorare per risolvere un problema irrisolvibile ci è "utile" perché ci permette di non stare veramente col problema, ci distrae e insieme ci offre l'illusione di combattere.

Da qualche parte abbiamo imparato che possiamo o dobbiamo sforzarci per modificare qualunque cosa mentre a volte l'unica possibilità che abbiamo è accettare lo stato delle cose.

Non accettare, come ci mostra il film, significa sentirsi sempre in ansia, in lotta; anche quando si tratta di una lotta persa.

L'unico modo che abbiamo per affrontare il problema è guardare onestamente ad esso: c'è qualcosa che possiamo fare? Bene, facciamolo! Non c'è soluzione? Non ci resta che accettare la situazione come parte della nostra vita.

Questo atteggiamento ci offre la possibilità di togliere potere al problema stesso, di ri-organizzarci intorno ad esso e finalmente vedere da quale altra parte possiamo cercare soddisfazione e appagamento.

Le emozioni che qui definiamo "negative" hanno una funzione: segnalarci che quello che viviamo non ci appaga, ma la soluzione è affrontare, non evitare.

Fuggire le Responsabilità

Un altro elemento che ho trovato molto interessante è stato il processo di de-responsabilizzazione che più o meno tutti i personaggi mettono in atto.

Per tutto il film i personaggi vivono forti conflitti interiori rispetto alla gravità della richiesta ricevuta e il beneficio che portarla a termine procurerebbe.

Si affliggono, rimandano i loro interventi a volte mettono in discussione i loro patti, qualcuno porta a termine il proprio compito per poi scoprire che quello che desiderava non era appagante come immaginava.

In ogni caso progettano, lavorano e mentre lo fanno accusano il nostro uomo di essere una persona terribile non riuscendo ad assumere pienamente il coraggio e la responsabilità delle proprie azioni.

Attribuire la causa dei nostri problemi all'esterno ci aiuta ad alleggerirne il peso; ci permette di "salvare" l'idea che abbiamo di noi anche mentre commettiamo qualcosa di grave come, nel caso del film, progettare un omicidio o un attentato. Possiamo pensare anche a tanti esempi della nostra vita quotidiana: è colpa dell'altro che ci trascura se tradiamo, delle brutte compagnie se ci droghiamo etc.

De-responsabilizzarci, ci permette di evitare di esporci e confrontarci rispetto ad argomenti scomodi ma allo stesso tempo importanti.

Il limite di questo modo di porci è che ci impediamo di guardare alla realtà per quella che è, di cercare soluzioni, ci allontaniamo dal vivere in maniera intima e sincera con noi stessi e con gli altri. 

Per i protagonisti del film attribuirsi la responsabilità di far esplodere una bomba in un posto gremito di persone, uccidere una bambina, avrebbe reso ancora più difficile svolgere il compito allontanando il soddisfacimento del proprio desiderio.

E voi, cosa ne pensate? Vi è piaciuto il film? E quanto riconoscete questi argomenti come vicini alla nostra esperienza?

Link utili:

https://www.youtube.com/watch?v=RDQwNVp65HY